Appunti non richiesti per una pastasciutta, 25.07.26

Credo che oggi il problema non sia soltanto riconoscere il fascismo quando si presenta nella Storia. Il problema è riconoscere il fascista che abita ciascuno di noi. Non è una provocazione: leggendo La società senza dolore di Byung-Chul Han mi pare evidente che, prima di preoccuparci dei fascismi degli altri, dovremmo interrogarci sulle logiche che ogni giorno alimentiamo dentro di noi come servi volontari dell’attuale dittatura della felicità, dove ognuno deve badare solo e soltanto al proprio benessere individuale.

Viviamo in quella che Han definisce la società della performance. Come tanti piccoli Mussolini ci sentiamo continuamente chiamati a dimostrare qualcosa: a essere all’altezza, a piacere, a ottenere risultati. Gli altri smettono di essere compagni di strada e diventano concorrenti o al massimo utenti, spettatori del nostro successo. La felicità diventa una prestazione, l’auto-realizzazione personale diventa l’unica via.

Se tutto dipende dalla mia performance, allora anche il fallimento diventa esclusivamente colpa mia. Mi deprimo, mi sento inadeguato, mentre la società continua a ripetermi che dovrei soltanto impegnarmi di più. È una dittatura dell’Io che trasforma ogni problema collettivo in una responsabilità individuale: non c’è più spazio per una rivoluzione antifascista da completare insieme attraverso un processo di liberazione e con maggior democrazia e diritti, c’è solo margine per la depressione sociale in cui chi ha successo se lo è meritato e gli altri… vanno scartati. Intanto crescono le disuguaglianze e il culto del merito diventa il modo con cui le giustifichiamo, aderendo persino alle esclusioni che ci riguardano sempre più da vicino.

Questa è la logica della società del consumo. In queste prestazioni narcisistiche sfibranti consumiamo oggetti, esperienze e perfino relazioni nel tentativo di riempire qualsiasi vuoto, spazio lento, dimensione di trascendente. La felicità va raggiunta e mantenuta a qualsiasi prezzo: poco alla volta per la felicità rinunciamo allo Stato di diritto, alla politica, alla pace sociale, fino ad accettare forme sempre più invasive di controllo e di sorveglianza.

Han la chiama società della positività: era quella dei cinegiornali del duce, ma anche oggi significa che tutto ciò che è negativo deve essere eliminato- il dolore, il conflitto, il limite, la fragilità. Così aumentano ansia, narcisismo, bisogno di controllo e paura della sofferenza. Si chiama anche società palliativa perché non cerca più la verità, ma anestetizza il dolore a suon di decretazione d’urgenza. E siccome ciò che è vero spesso fa male, bisogna far ricorso alle fake news, alle teorie del complotto o alle semplificazioni populiste.

Così perdiamo il rapporto con la realtà e criminalizziamo la solidarietà. I poveri, i rifugiati, chi vive ai margini smettono di essere persone e diventano problemi, scocciature, ostacoli al mio comfort. Si cercano capri espiatori. Si delegittimano il femminismo, l’antifascismo, il pacifismo, l’ambientalismo. La sicurezza viene proposta come risposta a ogni paura, ma è una sicurezza costruita contro qualcuno in una costante rincorsa all’ipocondria, all’iper-controllo, alle ansie del ritorno del nemico. Nemico è tutto ciò che l’amigdala collega con terrore al dolore. Ma il dolore serve all’arte e al bello, all’amore, è catarsi e via formativa, è premessa alla cura, all’empatia, alla fraternità, all’altruismo. Il fascismo odiava e odia tutto questo e preferisce edonismo, retorica, violenza e maschia voluttà.

Il contrario di questa dittatura che ci stiamo auto-imponendo, è l’idea che ciascuna persona possa prendersi cura dei casini propri e degli altri. Luigi Meneghello con il suo I Piccoli maestri ci da 10 lezioni in merito. Eccole qui.

1. Bisogna avere idee chiare — NO

«Nello e io saliamo in Altipiano, vestiti da ribelli, e con un soprassalto troviamo due militi che ci salutano e chiacchierano con noi. Una volta andati via dissi “Visto?” a Nello. E lui: “Cosa?”. E io: “Non so”.»


2. Bisogna avere un ethos — NO

«Non si può domandare ai montanari: “Ciò che ethos gavio voialtri?” oppure: “Cosa sono i fascisti?”. Una forma di governo? Cercavo una formula salveminiana. “Rotti in culo”, disse il Castagna. Era quello il suo ethos»


3. Bisogna avere buon senso — NO

«I due da Padova dicevano continuamente: “Spetemo… Vedemo”. Mi è rimasta l’impressione che i padovani nelle guerre civili tendano a essere riflessivi e opportunisti.»


4. Bisogna fare le azioni — Mmm…

«Il Comitato di Provincia, quando seppe della nostra impresa, espresse, anziché viva gioia, viva indignazione e deliberò di pagare il formaggio da noi catturato.»


5. Bisogna avere culo — SÌ

«Tutto a un tratto Bandiera si tirò giù i calzoni e si mise in ginocchio voltando il sedere all’insù. Ad uno ad uno gli altri lo imitarono… io restai immobile come il pastore di un branco di culi, guardando i tedeschi che ci osservavano di lassù e si passavano il cannocchiale.»


6. Bisogna avere culo — SÌ

«C’erano poche stelle e, fra me e loro, la grandiosa montagna del sedere (della Gina, staffetta partigiana) che escludeva lo sguardo da tanta parte del cielo. “Se arrivo alla pace”, pensavo, “voglio procurarmi un culo così”.»


7. Bisogna avere culo — SÌ

Finito un rastrellamento, tra morti e dispersi, Gigi si incammina verso Conco e, preso dalle allucinazioni e dalla stanchezza, non si accorge di una camionetta che gli si accosta. Un sergente di Stoccarda lo invita a salire per offrirgli un passaggio e Gigi accetta di buon grado.


8. Bisogna informarsi — SÌ

«Un partigiano di Asiago che abbiamo trovarto per strada tutt’a un tratto ci dice: “Ah, non vi ho detto che gli inglesi sono sbarcati in Francia” E noi: “In mona so’ mare”».

9. Bisogna avere il senso delle cose — SÌ

«Bruno, quando venivano a trovarci i comunisti, si infilava una lunga penna bianca nei capelli neri e li riceveva così… Mentre russi e alleati tiravano il collo al nazismo, noi cercavamo almeno di tirare il collo alla retorica.»

La decima lezione l’ho dimenticata, quindi l’ultimissima ce la danno i fratelli Cervi proprio il 25 luglio del 1943: in mezzo al dolore e alle privazioni della guerra vivono una festa generosa invitando tutti i vicini. Oggi, in piena dittatura delle felicità noi al massimo facciamo un evento e un post sui social tutti sorridenti; torniamo piuttosto a fare una festa, a celebrare i lutti e a mangiare un piatto di pasta insieme senza tanti fronzoli e con un po’ di culo.

Articolo scritto da Giorgio Romagnoni, cioè da uno che “non è stato mica buono a farla ‘sta guerra”: ma il bello dell’antifascismo è che ci prende tutte e tutti dentro con il nostro ethos allucinato e i nostri errori madornali. Alle volte abbiamo creduto che ci voglia tutti perfetti, ma quello invece è proprio il fascismo. Noi abbiamo le scarpe rotte. E per fortuna.


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