Un tour de France dopo il Grande Caldo

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Con la scusa di andare ad aiutare Beatrice col suo trasloco entro in Francia dalla parte dei Vosgi l’ultimo weekend della grande ondata di calore. Mi lascio alle spalle il fresco passo Resia, le malghe del Voralberg austriaco, le dolci colline romantiche del Baden Wuttemberg. Entro in un Paese che è un deserto: mi accolgono foreste di abeti, ma ci sono anche 38°. Passo due cittadine morte e per fortuna c’è una pizzeria aperta. Mi lamento del caldo, mi dicono che la settimana prima è stato un disastro: le giornate superavano i 40°, ma da lunedì basta!

La notte un temporale cancella il ricordo di un clima esasperante, possiamo dormire di nuovo sonni tranquilli. Il giorno dopo arrivo all’ossario di Verdun: una marea di croci bianche, un nome e la scritta “mort pour la France”. Come staranno questi ragazzini di cento dieci anni fa? La fraternité gliel’ha data la trincea, l’egalité l’hanno avuta da morti ammazzati: le tombe tutte identiche. Di liberté meglio non parlarne: li hanno messi sull’attenti in schiere per non dare loro riposo. “Mort pour la France”, uno di loro- fuciliere senegalese- si avvicina a me ancora vestito in divisa. Neretva, la mia femmina di lupo cecoslovacco, gli ringhia contro; lui ride, le dà un pezzo di lardo. Mi dice che noi avremo gli ossari per i morti di caldo: l’OMS ha stimato oltre 1.300 morti in eccesso legate al caldo in Europa dal 21 giugno a inizio luglio secondo quanto dichiarato dal capo dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus. Nella sola Francia, 74 morti per annegamento tra chi cercava refrigerio in qualche fiume.

Arrivo a Parigi un po’ torvo in volto e mi fermo a prendere un caffè con Esmeralda nel Lungo Senna prima di arrivare a destinazione. Mi spiega che la gente delle banlieues ha sofferto troppo: nessun climatizzatore, aria condizionata per il 20% della popolazione, vecchie case costruite con l’idea di trattenere il caldo nei freddi inverni dell’Ottocento, ma i ricchi borghesi nelle loro fresche casette se ne fregano. Promette le barricate insieme ai miserabili– poi mi saluta con un bacetto sulla guancia che mi fa girare la testa per un po’.

La mattina successiva, con l’auto piena di valigie, si scende verso il parco delle Foreste, in mezzo al nulla: la chiamano valle dell’Aube. Evitiamo le autostrade e finiamo in mezzo a paesini che sembrano pietrificati tra Quattrocento e Seicento. Solo qualche trattore ci conferma che siamo nel secolo giusto. Io però non ne sono tanto convinto. Ci fermiamo ad un crocevia: le vecchie carte dicono Longpré-Le-Sec. Molto sec in effetti. Ci addormentiamo sotto un albero, mi sveglia uno scuolabus poi dietro arrivano a cavallo i quattro moschettieri. Un colpo di sole? Beatrice dorme, io ci parlo un po’. Lamentano che i cavalli hanno sete, che ai loro tempi non faceva così caldo. Le statistiche metereologiche dicono che hanno ragione loro. Ma i loro pensieri non vanno oltre l’indignazione. Cosa ce ne facciamo di sbuffare e lamentarci? Non bastano più le singole scelte individuali: servirebbero azioni collettive, impegni politici, risposte europee, possibilmente creative e comunitarie.

Ne è convinta anche Giovanna. Ha diciassette anni, ma ha già un passato da attivista per il clima. Ha l’aria un po’ esaltata e dice che ha più volte cercato di farsi dare udienza presso la Presidenza della Repubblica. Finora l’hanno presa per una piccola invasata, ma i pazzi sono loro che non vogliono vedere il problema. Lei la incontriamo a Chamonix, lontana dalla sua Lorena: sta salendo con le sue vacche ai pascoli, ma c’è il rischio che manchi l’acqua molto presto negli alpeggi. Mentre chiacchieriamo con lei il suo sguardo sale in su verso i ghiacciai del Mont Blanc e le scende una lacrima sulle guance rosse. Per il ghiacciaio dell’Argentière (versante francese del massiccio del Monte Bianco, presso Chamonix), monitorato dall’Osservatorio del Monte Bianco insieme ai ghiacciai del Giétro e del Rutor, le perdite cumulative di massa registrate negli ultimi 16 anni ammontano a circa 12–20 metri di acqua equivalente (m w.e.), a seconda del ghiacciaio. Tutti e tre presentano un bilancio di massa costantemente negativo, a testimonianza della persistente perdita di ghiaccio. A livello alpino generale, il ritmo si è ulteriormente aggravato: i ghiacciai svizzeri hanno perso il 40% del volume tra 2000 e 2025 (da 74,9 a 45,1 km³), e attualmente si sciolgono a un ritmo doppio rispetto alla media 2010-2020, quasi ai livelli record del 2022 (-6% di massa alpina in un solo anno). Lei le soluzioni le ha e cita Fridays for Future France che venerdì 3 luglio avrebbe indetto una mobilitazione.

Lo scrivo su WhatsApp ad Esmeralda e mi risponde che non lo sapeva e sarà via per un weekend lungo. Giovanna si inarca sdegnosa e dice che bisogna reagire contro l’inazione politica: piantare alberi refrigera l’aria dai 2° agli 8°C, creare isole fresche nelle città decementificandole, fare una seria riqualificazione termica attraverso energie rinnovabili, proporre forme di congedo per motivi climatici, cambio di orari lavorativi con ritmi più andalusi e lockdown climatici…

Una guerra dei cent’anni, ma tutto questo tempo ci manca. Giovanna lo sa e brucia di rabbia. La salutiamo e ripartiamo, ma piano piano: il motore Diesel ci mette sempre un po’. Io dico che c’ha l’adblue per sembrare più ecosostenibile.


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