Prepararsi alle estati

Nel bel mezzo di un’ondata di calore questa estate mi è venuto da pensare a questa cosa:

I nostri antenati si preparavano ai lunghi inverni di neve dei secoli scorsi; noi ci dovremo preparare alle torridi estati del cambiamento climatico.

Mentre la politica di estrema destra propone guerre, spese militari e remigrazione, noi piccoli cittadin3 stiamo correndo il rischio di farci sopraffare dall’eco-ansia: chiusi in casa per settimane, siamo lasciati soli a scrollare notizie di incendi, di temperature record e dichiarazioni negazioniste. Il senso comune è quello che ti fa dire: “Io speriamo che me la cavo”. Altri tra noi si sono chiesti: che cosa posso fare io? E hanno maturato scelte da attivisti.

Il problema però è il soggetto della domanda: ridurre questa situazione ad una risposta individuale è parte del problema- la società capitalista, individualista, consumistica in cui siamo immersi ci fa leggere i contesti con le lenti delle soluzioni individuali, della performance, delle emergenze. Subentrano poi sensi di colpa e stati depressivi per noi; shit storms e odio per chi non capisce la gravità della situazione. Tutto questo è parte dell’inquinamento che stiamo subendo.

Viviamo invece la necessità di una responsabilità diffusa e partecipata: occorre costruire comunità capaci di agire concretamente, mettendo in rete competenze, cittadini ed esperienze.

Viviamo la necessità di rendere protagonisti gli altri e di raccontarci nuove storie. Raccontare ciò che potrebbe accadere permette di sviluppare consapevolezza e capacità di prevenzione senza dover prima subire le conseguenze.

ALCUNI SPUNTI

Non sarà naturale passare dalla scelta individuale all’azione politica. Alcuni livelli letti in giro sul cambiamento climatico.

1. Partire da sé

Studiare a che punto siamo Con stile creativo, non per veicolare panico e paure; ma per essere consapevoli e inventarsi idee nuove, sviluppare un atteggiamento curioso e suscitarlo in altri. Sarebbe bello arrivare al punto di divertirsi a immaginare con altri approcci, pratiche, modi di vivere anziché di sopravvivere.

Considerarsi in “lockdown climatico”.
Ridurre volontariamente consumi, spostamenti e attività non solo nelle giornate di caldo estremo. Rendere queste rinunce un racconto positivo dove le singole creatività di altri danno suggerimenti nuovi al benessere personale. Obiettivo è rendere visibile l’incompatibilità tra alcuni ritmi ordinari e un clima che cambia.

Cambiare gli orari.
Vivere un ritmo andaluso anticipando o posticipando lavoro, scuola, sport e altre attività nelle giornate più calde; ma chiedere che questa flessibilità diventi una possibilità ordinaria delle prossime estati, non un privilegio di pochi.

Mettere le proprie competenze a disposizione.
Chiedersi come utilizzare ciò che sappiamo fare — progettare, comunicare, insegnare, curare, organizzare, fare impresa o ricerca — per aumentare la capacità della comunità di affrontare la crisi climatica.

2. Agire nel lavoro

Chiedere un welfare di sopravvivenza climatica.
Il caldo deve diventare una questione di sicurezza e welfare: lavoro da remoto quando possibile, flessibilità degli orari, pause, ambienti adeguati, sospensione delle attività più esposte e riduzione dell’orario durante gli eventi estremi. questo va chiesto al proprio datore di lavoro, insieme con i colleghi e le colleghe.

3. Organizzarsi con i vicini

Costruire reti di racconto
Condividere strumenti e spazi, aiutare chi vive solo e controllare le persone più fragili durante le ondate di calore. Ma soprattutto usare queste relazioni per aumentare la capacità del quartiere di incidere sulle scelte pubbliche.

4. Trasformare il quartiere in una vertenza

Mappare insieme ciò che rende un quartiere invivibile.
Dove manca ombra o acqua? Dove il cemento concentra il calore? Dove vivono le persone più esposte? Quali fermate dei mezzo pubblici sono senza protezione? Quali spazi potrebbero tornare alla vegetazione?

Poi trasformare la mappa in una richiesta pubblica.

Non più soltanto: «Che cosa posso fare io?»
Ma: «Che cosa deve cambiare qui?»

Io vorrei piantare alberi, ma soprattutto posso far squadra per vivere più ombra insieme. E dunque.. proteggere le alberature esistenti e chiedere che alberi, parchi, corridoi verdi e spazi ombreggiati siano considerati infrastrutture pubbliche, soprattutto nei quartieri più cementificati e nei luoghi frequentati dalle persone fragili.

5. Arrivare alla politica

Fare richieste precise ai propri rappresentanti.
Decementificazione, isole di fresco, un piano casa per le persone fragili, piazze e strade progettate per ridurre il calore, trasporto pubblico gratuito e accessibile, sostegni a chi deve ridurre o sospendere il lavoro durante gli eventi estremi, un piano di sostenibilità citaddina/regionale/nazionale/europea per le prossime ondate di calore, per le prossime estati.

Usare voto e partecipazione.
Valutare programmi, bilanci e decisioni concrete su consumo di suolo, trasporti, alberature, edilizia, acqua, energia e spazi pubblici. Scegliere chi amministra sulla base di ciò che fa, non soltanto di ciò che dichiara.

Non smettere soltanto. Iniziare a coinvolgere.

La crisi climatica ci chiede di cambiare consumi, spostamenti, produzione e lavoro. Ma fermarsi alle rinunce individuali rischia di trasformare la transizione in una lista di comportamenti personali, lasciando ciascuno con la sensazione che debbano essere sempre gli altri a cambiare.

Non chiediamoci soltanto che cosa dobbiamo smettere di fare. Questa è una domanda a perdere, sfibra, allontana. La domanda politica può essere invece: che cosa possiamo iniziare a fare insieme? Richiede la creatività di tutt3.

Un passo in più

Dopo averne parlato con almeno altre due persone, aggiungi un punto concreto qui a commento: una proposta, un’azione o una richiesta nata proprio dal confronto con loro.

Infine un bel video da aggiungere alla visione de La fabbrica del mondo.


Commenti

Una risposta a “Prepararsi alle estati”

  1. Avatar Francesca
    Francesca

    Ci penso da anni a queste problematiche. Ecco in ordine sparso alcune riflessioni legate al tema:
    1) come faccio a scegliere un lavoro che sia coerente / eticamente coerente con una visione della sostenibilità che condivido e conciliarlo con una vita dignitosa? Non tutti si possono permettere questa scelta.
    2) Poter votare è un’arma ma coinvolgere poi nel quotidiano è difficile. Come far rinascere o crera progetti di comunità che abbiano anche come obiettivo affrontare questo tipo di sfide?
    3) Qual è il nostro approccio al consumo in una società che lo – in qualche modo – venera? Mi sono imposta delle domande prima di acquistare qualcosa: ne ho bisogno? Mi serve per il mio lavoro? Ho delle alternative più sostenibili? Chi sto finanziando?
    4) Ne parlo a sufficienza (di queste problematiche) con le persone che mi sono vicine?
    5) Che speranza dare alle nuove generazioni? Un figlio è dare speranza al mondo o condannarlo?

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