Un report dal Festival della Missione di Torino, 9-12 ottobre 2025
“I popoli originari chiedono solo di non essere oggetto di analisi, ma soggetti protagonisti da ascoltare veramente per essere compartecipi di cambiamento. Ma in questa stagione di Sinodi abbiamo incontrato veramente tanta resistenza e un po’ di cattiveria anche efficace contro questa idea di ascolto così semplice”. “Diciamo sempre la frase -ridare voce ai senza voce-, ma loro non mancano di gridare contro le ingiustizie: forse il problema non è la loro voce, ma sono le nostre orecchie”.
Queste le parole di padre Giacomo Costa sj durante uno dei tanti momenti di riflessione presso la Chiesa di San Filippo Neri a Torino. Dopo due anni, dopo edizioni a Brescia e a Milano, il Festival della Missione è tornato e dal 9 al 12 ottobre ha proposto quattro giorni di riflessioni e incontri sulla missionarietà. Questa volta il desiderio era quello di ascoltare il “volto prossimo”.
Sono passati per il palco persone migranti desiderose di diventare cittadini italiani; chi è stato in depressione fino alla soglia del suicidio; carcerati e senza fissa dimora; persone colpite dall’abuso di sostanze o dalla ludopatia; giornalisti haitiani e afghani, reporter di conflitti dimenticati; un vescovo dalla Mongolia; teologi di una mistica delle piccole cose e teologhe fedeli alla spiritualità del rischio. Voci dall’Ucraina in guerra, voci dal buio del Mediterraneo cimitero di migranti, voci dall’Oceania in piena crisi climatica e dalla disobbedienza che è vita in Bangladesh.
Abbiamo sentito parole contro la mafia e contro chi si dichiara signore della guerra e della pace, “non dobbiamo permetterglielo”, ha aggiunto la biblista Rosanna Virgili. Il filosofo Roberto Mancini ha parlato di felicità possibili se vissute di nuovo in comunità: spinta di liberazione fuori dalla trappola in cui ci siamo messi con questa sfiducia dominante. Una questione di “intelligenze relazionali”, secondo gli economisti Becchetti e Giraud, promotori di un federalismo europeo mai di moda e di un Dio che non ha mai avuto simpatia per la proprietà privata e per le disuguaglianze. Teresa Forcades ha detto giustamente che se i nostri modelli di pensiero sulla sessualità escludono qualcuno andrebbero rivisti: Dio è sempre stato queer, inclusivo e accogliente, liberante dalle nostre stesse anguste comfort-zone con il semplice suo metterci di fronte all’altro e a tutta la splendida indecenza. E don Mattia Ferrari ha detto qualcosa di simile partendo dalle operazioni di salvataggio in mare: “noi li soccorriamo. Loro ci salvano”. L’indecenza più probabilmente è nostra che abbiamo tradito il diritto internazionale e costituzionale dei nostri bisnonni una volta di troppo con il memorandum firmato insieme ai torturatori libici.
Insomma forse di tutti questi giorni di festival la cosa che mi resta più ferma è quello che ha detto Lorena Fornasir, china sui piedi dei migranti a Trieste: “noi non siamo brave persone, la solidarietà che ci muove è il primo gesto politico al mondo” oppure Riccardo Moro quando ha spiegato che per combattere la disinformazione “dobbiamo smetterla di dire che siamo quelli bravi che fanno del bene”, ma “possiamo parlare di esperienze e relazioni dirette e delle nostre fragilità” ha aggiunto Erica Tossani di Caritas.
Con questo atteggiamento possiamo forse essere missionari e missionarie qui e ora con quello sguardo che va lontano, ad gentes e ci fa scrutare meglio il futuro.























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